Sesso vs. amore: guerra all’ultima parola

Scritto da ely on . Postato in Opinioni

Ogni volta che si parla di poliamore noto che si innescano reazioni molto curiose negli ascoltatori, che la dicono lunga su cosa ribolla nella psiche umana.

Il nome sembra semplice e chiaro, nonostante possa far storcere il naso di primo acchito: poliamore.
Due parole scelte non a caso, che racchiudono — nella loro semplicità — due concetti ampi e complessi; un neologismo, insomma, che richiede approfondimenti e delucidazioni, e viene pronunciato con serenità  e animo predisposto al dialogo, nella maggior parte dei casi.
Almeno fino a quando scatta il commento tutto soddisfatto del tuo interlocutore; che, certo di aver afferrato ogni cosa, ti strizza l’occhio con aria furbetta: ahhh… Scambisti!
Ecco, no.
Al di là del senso di fastidio che si insinua nel poliamoroso/a di turno — non è bello essere ricondotti così banalmente ad altre categorie — credo che scattino soprattutto delle domande.
Davvero il mondo crede che siamo così timidi da inventarci una parola come “poliamore” per indicare orge, scambismo o altre pratiche sessuali?
E perché quest’individuo mi sta facendo ancora l’occhiolino?

Ma quella che mi pongo di più, ultimamente, è: ma come? Non siamo più in grado di riconoscere la differenza tra sesso e amore?
E dire che la nostra società  fa di tutto per demonizzare il primo e osannare il secondo. E allora perché si fa tanta stigmatizzazione con un concetto che fin dalla sua presentazione – il nome – ha intenzionalmente scelto l’amore e non il sesso?

È proprio vero che i sistemi culturali sono sempre più controintuitivi di quanto ci si possa immaginare, e il mito “sesso vs amore” forse è quello più radicato in noi, e quindi il più difficile da percepire.
Una libera sessualità, vissuta senza remore e tabù, è di certo qualcosa di sano e meraviglioso; ma assai diverso da “l’intrattenere più relazioni intime contemporaneamente, con la consapevolezza e il consenso di tutte le persone coinvolte”.
E il perché è presto detto: sesso e relazione intima sono concetti diversi. Si può fare del sesso senza essere in relazione intima, e si può avere una relazione intima senza del sesso. E poi certamente si può essere in intimità  e fare sesso, e lì la Walt Disney mette il “the end”, anche se di solito ci fa blande allusioni e nulla più.
Ma se questi due concetti sono così chiari, nella mente delle persone, com’è possibile che quando si cita la definizione di poliamore la maggior parte della gente pensi subito a rapporti sessuali consenzienti E BASTA?
Ovvio che anche in questo non vi è nulla di male; ed è UN aspetto del poliamore. Ma ridurre l’idea di partner multipli solo all’aspetto sessuale, bè è quanto meno curioso.
Perché succede? Quale contorto meccanismo spinge l’umanità a censurare vergognosa ogni argomento e comportamento relativo a una libera sessualità, e poi ignora sistematicamente chi sceglie di definire le proprie scelte relazionali sul concetto di intimità e non di sesso?

E qui si innesca la confusione: troppo spesso l’attività sessuale è stata mescolata con l’amore, per renderla lecita.
Il concetto di dovere coniugale, ad esempio, è stato il meccanismo attraverso cui la Chiesa non solo ha reso lecita la sessualità, ma anzi: l’ha trasformata in un obbligo di amore e impegno. E che dire del fatto che, chi si innamora di ogni semi-sconosciuto/a che incontra e ci va a letto, non viene messo alla gogna sociale; mentre chi sceglie partner sessuali con attenzione e serietà  scrupolosa, ma senza dover inscenare un innamoramento epico, è semplicemente una puttana o un puttaniere?
Siamo arrivati al fenomeno attuale di orde di ragazzini e ragazzine poco più che dodicenni che prendono appunti dai video porno e attivano precocemente comportamenti sessuali a rischio per “essere pronti” quando incontreranno il grande amore; o per incontrarlo.
Ironia della sorte. L’amore era la scusa per il sesso, ora il sesso è la scusa per l’amore.
Ed ecco che ho voglia di te camuffa il bisogno di te, il possederti fisicamente comporta il possedere l’anima altrui, e l’avere una relazione coincide con l’essere in relazione.
No. Le parole qui si stanno sbiadendo troppo, e le differenze prima palesi si fanno via via più sottili. E con esse i concetti stessi alla base delle parole.

L’essere in intimità, il porsi in relazione con, l’essere tutti coinvolti, comporta ben più di un semplice fare sesso insieme. Non è scambismo, non sono orge, non è confusione emotiva o sregolatezza sentimentale, né paura dei legami. Il nodo da sciogliere alla fine è quello: ammettere che si può andare oltre il solo sesso comporterebbe l’accettazione di nuove forme di legami, altre definizioni di famiglia, una sovversione dei valori “romantici” per come li conosciamo. Perché qui non si sta chiedendo una liberalizzazione di comportamenti sessuali. No.
Qui la richiesta in campo è un’altra: liberare il concetto di amore da quella dualità che ha caratterizzato il nostro mondo semantico da Cartesio in poi, slegare il romanticismo dallo stereotipo dei due cuori e una capanna, mettere in discussione ogni legame “stabile” per come la società  li ha sempre concepiti.

E qui le domande del nostro interlocutore fioccano: Ma come! Davvero si può fare? Davvero non si finisce con l’uccidersi a vicenda, o ferirsi né “perdersi”? Sul serio c’é chi ama senza gelosia, chi entra nell’altro senza possederlo? E come si fa a vivere un rapporto così intimo e complesso addirittura con più di una persona? Quando è così difficile capire addirittura se con il mio partner attuale ci faccio sesso perché lo amo, o lo amo perché ci faccio sesso.

Ed eccolo che emerge il problema, non tanto comunicativo, quanto filosofico: sdoganare l’amore dal senso di esclusività e unicità  fa paura, cancella i confini noti, ridisegna troppi scenari e troppi modelli relazionali per essere nominato senza produrre un brivido di terrore in chi ascolta.
E allora molto meglio parlare di sesso, di compagni di letto, di giochi tra coppie e scambi tra amici. Quello non fa paura. Quello è meglio. Guarda, quasi quasi la società te l’accetta pure, la libera sessualità. Basta che non ami però. Suvvia. Quello proprio no.
Mica vorrai cominciare a pretendere che tutti entrino in empatia con gli altri, che si rallegrino della loro felicità, che provino compersione e arrivino a condividere corpo e sentimenti. La proprietà  privata è un concetto troppo sacro per cederlo a un becero comunismo affettivo.

E allora capirete che presentarsi al mondo come poliamorosi è una battaglia vera e propria:è un tentativo di sovvertire l’ordine sociale, di imporre una controcultura che faccia resistenza a modelli esterni che non sentiamo nostri e che non ci bastano più. È essere percepiti come i “black bloc delle relazioni”: per chi guarda dall’esterno, e non ci conosce, noi potremmo benissimo essere elementi che vogliono sfasciare le vetrine del matrimonio e diffondere *anarchia* nei rapporti (cosa che, anche accadesse, non sarebbe elemento necessariamente negativo… per chi è interessato approfondisca alla voce relational anarchy).
Un’altra conferma di come le parole facciano paura.
Ed è giusto, perché il nomen ha un peso enorme: le parole, in una società, diventano l’essenza stessa di ciò che rappresentano; perché un sistema culturale, come una lingua, è un sistema di simboli, di rappresentazioni.
E noi ci rappresentiamo così, poliamorosi: capaci di instaurare relazioni intime con molti (in una società individualista), di mettere in discussione il valore positivo del possesso (così ben consolidato dalla nostra cultura economica); e dove i concetti di stabilità lavorativa, familiare, economica e valoriale sembrano sgretolarsi, noi ne proponiamo altri caratterizzati da un’ulteriore molteplicità  e una continua evoluzione.

Una faticaccia, concorderete anche voi. Che però spero che ciascuno continui a fare; perché diventare puntigliosi (al limite dell’insopportabilità per i nostri amici e parenti quando spieghiamo a nuovi interlocutori che poliamore NON È un semplice “fare sesso con tutti”) permette di dare valore al nostro sentire, ma soprattutto di aprirlo agli altri.

E solo così, forse, si può lasciare che venga compreso. E magari accettato.

Nota tecnica.

Se mai voleste provare ad usare il concetto di “comunismo affettivo”, o altre simpatiche locuzioni di vostra invenzione, per approfondire il concetto della condivisione poliamorosa di sentimenti e intimità: fatelo con precauzione. Vi assicuro che il passaggio dall’occhiolino alla palpata è sempre in agguato.

Elisa De Giovanni

 

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